Orsi o orsacchiotti ?

Jason Williams, esempio classico di genio e sregolatezza!

L’odierna NBA è forse la vera e propria antitesi del luogo comune, inteso come generalizzazione ai massimi livelli.

Esempi calzanti sono alla portata di tutti, e riguardano singoli giocatori ma anche intere squadre, se non addirittura realtà  delle più disparate nature. Un 12-15 può significare ben poco per quasi ogni squadra della lega, specie se a precederlo ci sono state 13 sconfitte consecutive sotto la guida di uno dei coach più perdenti della storia della NBA, Sidney Lowe, che aveva marciato fin troppo sull’alibi della squadra perdente che non riesce a trovare un’amalgama convincente.

Tutto questo è Memphis, o meglio il passato di Memphis, non solo la terra di Elvis, ma anche la casa dei Grizzlies. Direttamente da Vancouver, la franchigia sorta nel 1995 assieme ai Toronto Raptors, sembrava continuare,anche con la nuova collocazione, l’indegna striscia di risultati che l’aveva contraddistinta fin dai tempi di Greg Anthony e Antonio Harvey,due dei “sacrificati” del draft di espansione.

Ad accentuare il tutto vi era l’altra franchigia,quella di Vince Carter, che ad Est pareva avere vita facile, tanto da raggiungere la post-season in un paio d’occasioni.

Ora a Memphis la post season rimane un’utopia, nel senso che davvero non avrà  mai luogo da quelle parti, ma di certo il ruolo di Hubie Brown è di un’importanza fondamentale per la mentalità  della squadra, nonché per salvare la faccia alla franchigia, i cui giovani stanno maturando sotto diversi profili.

Come detto si parla di un 12-17 sotto la guida di coach Brown, per un 12–27 complessivo che pone i Grizzlies in una posizione certamente ottimistica per i prossimi eventi, cui prenderà  parte una grossa porzione del roster attuale.

Uno in particolare, e non citato per caso, dovrebbe Jason Williams, la copia circense del Giasone più celebrato, che dall’impegnativo salto da Sacramento a Vancouver, per giunta all’interno della medesima conference, non pareva aver tratto grande giovamento.

Che fosse il trauma per aver cambiato numero di maglia (dal 55 al 2), che fosse lo choc, comprensibile,di essere passato da una squadra con il 75% di vittorie ad una piccola franchigia che ambisce tuttora a non sfigurare…

Jason era lo stesso Jason, troppo eccentrico per dare affidabilità  e diventare leader indiscusso per la squadra, troppo fastidioso per una lingua difficile da frenare, in puro stile Eminem.

Ma se nella NBA non è affatto scontato che dopo uno 0-13 possa arrivare un’altra sconfitta, allo stesso modo non sarà  un evento sorprendente vedere uno dei giocatori più svogliati e tignosi del pianeta iniziare a difendere con diligenza, ed iniziare a prendersi tiri di pesante portata.

Jason Williams per l’appunto, uno capace di portare Memphis all’overtime contro i Lakers con un paio di bombe allo scadere, uno che forse si è reso conto di quanto sia essenziale che tutti i giocatori sul parquet esercitino pressione sugli avversari, e non in una singola giocata, ma per tutto l’incontro.

Per questo quella contro i Lakers è stata forse la più bella sconfitta nella breve storia dei Grizzlies,il cui impaccio nei meandri della Western sta via via venendo sempre meno.

Dunque non può non esserci ottimismo in casa Brown,che dal lontano 1987 non era così in fermento,dopo che l’allenatore da Niagara aveva vissuto un buon momento con Atlanta a cavallo tra fine anni ’70 e inizio anni ’80, ed aveva assistito in prima persona, con i Knicks, all’ingresso nella Lega di Patrick Ewing, cui già  al tempo era pronosticato uno scialbo avvenire per la storia delle ginocchia…

Al momento Brown è stata un’iniezione di carica e di salute, la sua esperienza è stata concretamente al servizio dei giovani e dopo tre sconfitte in avvio è arrivata la prima, sospirata, vittoria della stagione (contro i Wizards di MJ), alla quale ne sono seguite diverse, contro Seattle, Clippers, Golden State due volte), ma quelle significative sono state contro Orlando, Milwaukee e New Orleans, a rendere ancora più netto il divario già  oggettivo tra le due conference.

La sferzata positiva ad opera di Brown non si è manifestata solo nelle prestazioni dello zelante Williams,ma ha trovato un riscontro pratico in Pau Gasol e nelle sue cifre, che si stanno ristabilendo sui livelli dell’anno passato, visto che l’iberico sta viaggiando a 17,6 punti e 8,3 rimbalzi a gara,e pare essersi totalmente ripreso dagli acciacchi estivi e dal difficile inizio di stagione, nel quale è stato veramente difficile per tutti i Grizzlies mantenere i nervi saldi.

Forse a causa della giovanissima età  del roster, che nel suo complesso può vantare ben 10 giocatori con non più di due stagioni di esperienza alle spalle, mentre Wesley Person,classe 1971, si è ritrovato ad essere il vecchietto della comitiva,con otto stagioni alle spalle,due in più del pivot Lorenzen Wright, volto noto del panorama NBA per le sue eccellenti doti a rimbalzo, condite, per questa prima parte di regular,da 10 punti a sera. E il bello deve ancora venire…

Quel ventenne di Gooden aveva ben pensato di proporsi come Rookie Of The Year,forse perché aveva davvero qualcosa da dire,e con Lowe aveva praticamente carta bianca.

Brown ha deciso di ridimensionarlo, centellinandone le energie in diverse occasioni, nelle quali il ventunenne da Kansas è venuto a conoscenza della funzione della panchina, vero punto di forza di molte squadre NBA.

E neppure quella di Memphis sarebbe malvagia,con lo stesso Person sempre pronto a sacrificarsi,il “veterano” Stromile Swift, alla sua terza stagione NBA (che si sta concretizzando in 8,5 punti e 5,2 rimbalzi per 21 minuti d’impiego), la guardia secondo anno Earl Watson e Brevin Knight, uno dei due “capitani” ufficiali,il cui contributo è spesso determinante.

Ce lo ricordiamo in varie situazioni, da Cleveland ad Atlanta, esperienze attraverso le quali non ha disperso talento, ma non è di certo il rookie tutto pepe che all’ingresso nella lega aveva destato buonissime impressioni,specie per l’abilità  di assistere i compagni.

A dire il vero questa gli è rimasta tuttora, ma le sue prestazioni si limitano a 17 minuti d’impiego, essendo inevitabilmente chiuso da Jason Williams. Knight è ora un ventisettenne senza troppe ambizioni, che nel sistema dei Grizzlies può comunque funzionare come secondo playmaker con l’incarico di sborsare qualche pallone sotto canestro e, all’occorrenza, anche segnare.

Infatti ai Grizzlies tutti fanno comodo,ognuno è messo in discussione dalle scelte di un coach di grande sostanza, che non guarda alle gerarchie di spogliatoio né si fa influenzare dalle statistiche dei suoi giocatori.

E allora ecco che potrebbe partire in quintetto Mike Batiste,altro esordiente,oppure Michael Dickerson (ammesso che si riesca ancora a rintracciare…),senza fare volontariamente i nomi di Giricek e Battier.

Il primo non poteva chiedere di meglio dalla vita : dalla Croazia alla NBA, praticamente titolare e più di 11 punti a partita. Poco importa che i 23 minuti di media potrebbero essere di più, anche le percentuali non invidiabili contano relativamente; il suo impatto è stato buono e si sta affermando come giocatore di livello, opzione di tutto rispetto per i Memphis Grizzlies.

Questione Battier. Dieci minuti in meno rispetto alla stagione passata,da 14,4 punti, 5,4 rimbalzi e 2,8 assist. Comprensibile dunque un calo nelle statistiche,legittimo e parzialmente giustificabile, certo è che gli 8,1 punti attuali sembrano decisamente pochi per un giocatore le cui capacità  sono prevalentemente volte all’attacco,c he per di più gioca 30 minuti a sera.

I 40 dell’anno scorso erano decisamente troppi, ma gli avevano permesso di esprimersi su ottimi livelli tanto da garantirgli la partecipazione al rookie game e l’inclusione nel primo quintetto di matricole, non certo un’eresia al tempo.

Il punto nodale sta dunque nell’aggressività  offensiva, nei tiri che si prende, nelle difficoltà  ad inserirsi in un meccanismo più complesso, in cui i rapporti tra le varie opzioni d’attacco non sono affatto chiari, e difficilmente lo diverranno da qui alla fine della regular season,che per i Grizzlies coinciderà  senz’altro con la fine della stagione.

Battier ora non è più solo insieme a Gasol: in doppia cifra ci sono, oltre allo spagnolo, Giricek, Gooden e Williams, con Wright e Person ad attentare da vicino ai 10 punti; per ciò è un peccato che Shane non riesca ad imporsi come un’importante addizione alla macchina congegnata da Brown.

A far pensare ad un blocco psicologico di Battier è il paradossale confronto tra le percentuali dal campo: 43% un anno fa, 48,6 % nel campionato in corso.

A chi rivolgersi alla fine dei giochi? Pau Gasol, senza ombra di dubbio. D’altra parte non potrebbe non essere così: miglior realizzatore e rimbalzista della squadra, l’unico ad essere sempre partito in quintetto dall’inizio della regular, nonostante il cambio di allenatore e i disagi ormai ampiamente superati.

L’asse portante dei Grizzlies si sintetizza allora nell’immaginario pick-and-roll Jason Williams/Pau Gasol, perni del quintetto e leaders spirituali del gruppo,oltre che di singole specialità . Ancora una volta tutto dipende,ancora una volta punti interrogativi, con la disarmante consapevolezza di aver già  toccato il punto più basso e di poter soltanto risalire,per quanto la Western lo consenta.

Ai play-off ci penseranno di notte,nei loro lettini, ma al 35-40% di vittorie possono tranquillamente pensarci; di sera,sul parquet a difendere non più l’orgoglio, ma l’operato di un gruppo che fino a questo momento ha dato prova di avere concrete potenzialità .

Per come metterle in pratica rivolgersi a tale Hubie Brown, che non ha proprio bisogno di essere “the pelvis in the Memphis” per motivare questi baldi giovani.

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